Nella sua accezione più antica e tradizionale, la finanza aziendale è intesa come la disciplina che si occupa del reperimento delle risorse finanziarie sul mercato dei capitali; quindi la funzione finanziaria viene concepita principalmente come l’insieme delle attività tese al soddisfacimento del fabbisogno finanziario. L’accento è posto principalmente sulla gestione del rapporto impresa/mercato dei capitali.

A partire dagli anni ’50 a tale paradigma si affianca quello della finanza allargata, secondo il quale l’oggetto degli studi viene esteso alla questioni relative all’efficace impiego delle risorse finanziarie, e non soltanto al loro reperimento. Si afferma successivamente il paradigma chiamato nuova finanza, che corrisponde al filone di studi di origine neoclassica, il quale porta all’elaborazione di nuovi schemi teorici che legano assieme i comportamenti degli investitori, il funzionamento dei mercati finanziari e le scelte d’investimento delle imprese.

Nel corso degli anni le aree di pertinenza della funzione finanziaria nell’ambito dei processi decisionali d’impresa appaiono di incerta delimitazione. Appare dunque evidente la necessità di individuare un criterio che consenta di delimitare con sufficiente oggettività ed elasticità i confini della funzione finanziaria. Un criterio che sembra soddisfare tali necessità si fonda sul fatto che la funzione finanziaria rappresenta il luogo delle competenze/conoscenze strumentali alla gestione dei rapporti che si instaura tra l’impresa e il mercato dei capitali.

Le dimensioni che caratterizzano il ruolo e gli ambiti della finanza dell’impresa moderna sono:

Il mercato dei capitali è formato dai soggetti che dispongono di liquidità (risparmio) e i soggetti che necessitano di capitali per investimento, si instaura di conseguenza un meccanismo che equilibra il mercato e il tasso d’interesse. I soggetti che intervengono sul mercato finanziario sono definiti dalla “matrice dei flussi di fondi”: famiglie, imprese, enti pubblici, istituzioni finanziarie.

La condizione affinché un’impresa decida di realizzare un progetto d’investimento è che il rendimento da questo offerto sia pari o superiore rispetto al costo dei capitali necessari per la sua realizzazione, così da permettere agli azionisti di beneficiare di un certo margine di profitto. Il tasso di interesse che regola gli scambi sul mercato costituisce la soglia di rendimento rispetto alla quale viene valutata la convenienza da parte delle imprese a investire in beni reali. Esso rappresenta pure il tasso di riferimento per la determinazione del prezzo di equilibrio dei titoli scambiati sul mercato finanziario.

Per efficienza del mercato si intende che i prezzi dei titoli in esso scambiati incorporano tutte le informazioni rilevanti in un determinato istante. A seconda della tipologia dell’informazione incorporata nei prezzi, vengono quindi definiti diversi gradi di efficienza del mercato: efficienza debole; efficienza semi-forte; efficienza forte.

Se il prezzo di un titolo è inferiore al suo valore reale, gli investitori continueranno ad acquistare quel titolo finchè il prezzo, sollecitato dalla maggiore domanda, non sarà in linea con il suo valore effettivo; allora potranno realizzare il guadagno attraverso la vendita del titolo stesso. Tale attività, nota come arbitraggio, è di grande importanza poiché crea le condizioni affinché i prezzi di tutti i titoli scambiati sul mercato, e quindi i tassi di rendimento cui questi danno luogo, tendano a livelli di equilibrio. Gli arbitraggisti procedono ad acquistare il titolo sul mercato in cui il prezzo è minore. per rivenderlo su quello in cui il prezzo è più elevato.

Le decisioni delle attività di gestione comportano l’impiego di risorse economiche, acquistate con le risorse finanziarie reperite sul mercato dei capitali attraverso l’emissione di titoli di varia natura. Un parametro quantitativo atto a valutare l’efficienza delle decisioni prese dal management dell’impresa è il Valore Attuale Netto (VAN), al quale poi è affiancato un altro indicatore l’Economic Value Added (EVA), ispirato agli stessi principi del VAN.

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L’ulteriore contributo fornito dalla finanza aziendale alle decisioni aziendali è di carattere operativo: la misurazione del valore creato o distrutto per gli azionisti necessita infatti dell’individuazione di una soglia minima di rendimento (o costo opportunità del capitale) con la quale confrontare il rendimento atteso dalla decisione oggetto di valutazione. Il calcolo del costo opportunità del capitale è basato su una serie di grandezze tipicamente finanziarie, quali i rendimenti storici del mercato, il tasso d’interesse, la struttura del capitale dell’impresa. Una determinata somma di denaro ha un diverso valore corrente a seconda del tempo in cui essa diventa effettivamente disponibile e cioè può essere effettivamente investita sul mercato finanziario.

Il valore attuale di un investimento cioè il valore al quale un titolo rappresentativo può essere scambiato sul mercato finanziario, è pari al valore attuale dei flussi di cassa disponibili che esso produrrà nel corso della sua vita.

Il VAN può essere inteso come una misura del valore creato o distrutto da qualsiasi decisione di investimento, a prescindere dalla sua natura. Il principio che dovrebbe guidare le decisioni degli investitori può dunque essere ricondotto alla realizzazione di iniziative economiche con VAN > 0.

Il rischio è una componente fondamentale dell’attività economica, può essere definito come la dispersione dei risultati possibili attorno a quelli attesi. Se l’investitore è indifferente al rischio l’unico parametro rilevante sarà costituito dal rendimento atteso dall’investimento sarà confrontato con il tasso di rendimento atteso offerto sul mercato finanziario dalle attività prive di rischio. Se è avverso al rischio occorrerà considerare anche una misura di dispersione dei possibili risultati attorno a questo valore atteso: tra due investimenti con il medesimo rendimento atteso, l’investitore avverso al rischio preferirà infatti quello con il rischio inferiore. Affinché l’investitore avverso al rischio sia indotto a preferire un investimento caratterizzato da un rischio superiore è necessario che questo offra anche un rendimento atteso superiore.

La teoria finanziaria scompone il rischio totale di un investimento in due componenti: